film, pinhole

Una pinhole grande formato


Finalmente è terminata, sto pensando al nome da dargli e per adesso sarà semplicemente “la pinhole grande formato di legno”.
Mi è venuta l’idea di costruire una pinhole-camera mentre stavo girando questo documentario su mio zio.

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Finally we made it, I don’t know how to name this yet but I think “large format pinhole” should be good so far.
I got the idea while making this short documentary about my uncle.


Ho iniziato quindi ad adattare un progetto di Roger Foote (qui trovate un video, purtroppo il suo sito è offline) per ottenere una fotocamera a mio gusto.
Poi per una questione di precisione ho acquistato il pinhole (fa ridere ma è vero) di 0,4 mm dalle Industrie Delamont.

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I based my project on the Roger Foote pinhole-camera, here you can find his video but unfortunately his personal site is offline.
It sounds funny but I bought a pinhole (I wanted a professional hole) from Industrie Delamont, it’s diameter is 0,4 mm.

Abbiamo lavorato saltuariamente a questo progetto ed è anche stato abbandonato e ricominciato diverse volte, per questo ci sono voluti più di due anni per concluderlo.
Mio zio (il protagonista del documentario) si è raccomandato di non dire in giro che l’ha fatta lui perchè non è soddisfatto del lavoro: le viti a vista  e le finiture  gliel’hanno fatta odiare.

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We worked on this project occasionally and we stopped and re-started some times so it took almost 2 years to finish it.
My uncle (the main character of my doc) told me not to spread the word that he made this camera, because he’s not satisfied of the final product.

La fotocamera è realizzata interamente in ciliegio, ad eccezione del supporto per il pinhole che è in mogano. Ha due livelle a bolla ed un attacco per il cavalletto.
Usando questo calcolatore è possibile capire che focale si ottiene e qual’è il diametro ottimale del foro della macchina che stiamo progettando.

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The entire camera has been made from cherry wood, only the pinhole support is mahogany. It has two bubble levels and a tripod attachment.
I used this calculator to get the best diameter and the focal lenght of my pinhole-camera.

Nel mio caso ho un angolo di visione di circa 90° quindi possiamo considerarla grandangolare. Nella progettazione bisogna tener conto che più si allontana il piano della pellicola dal foro più si va verso l’equivalente di un tele. In questo modo ho optato per la compattezza e per una focale che poteva essermi utile nei panorami.

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In this case I have a 90° angle of view and it means that I’m dealing with a wide-angle camera. During the design process you have to keep in mind that if the distance between the hole and the film increases you’re going to have a tele. I wanted a more compact camera and a focal lenght good for panorama photos.

Lo chassis che vedete in foto è per lastre 4 x 5”, io ho fatto confusione e ho acquistato lastre 9×12 cm quindi poco più piccole. Risolvo il problema fermando con dello scotch da un lato il negativo quando lo carico, una soluzione poco ortodossa ma efficace. La vedrete anche negli scatti sotto.

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The chassis you see in the images is for 4×5” sheets film negatives but I made a mistake and I bought smaller 9×12 cm sheets. I found an easy solution using a masking tape to stop one side of the sheets, you will see it on the following photos.

Nelle giornate di sole con una pellicola da 100 ISO ho tempi di scatto di 1,5 / 2 secondi, ancora non ho fatto prove in altre situazioni di luce ma credo che sarà difficile valutarle. Confido nella latitudine di posa della pellicola.
Scattare con questa scatola di legno è semplicissimo: si inserisce lo chassis e lo si blocca con quella specie di arco, si toglie il volet tenendo coperto il pinhole e infine si scopre per il tempo desiderato.
Poi procediamo all’inverso: si ricopre il pinhole e si reinserisce la volet, abbiamo messo cosi al sicuro il negativo appena impressionato.

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With a 100 ISO film, on sunny days, I take pictures with 1,5 / 2 seconds exposures. I don’t know yet how to expose under other lighting situations, I trust in film’s exposure latitude.
Shooting with this box of wood is easy: insert the chassis and stop it with the arc-shaped wood tool, pull out the volet while covering the pinhole then uncover it for the time you need to get a good exposure.
Cover again the pinhole, insert the volet and the negative will be safe from light.

Mi sta affascinando molto il fatto di dover trattare ogni scatto singolarmente: lo sviluppo in bacinella mi fa tornare in mente i libri di Ansel Adams e tutte le tecniche descritte per curare ogni negativo in maniera autonoma.

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Developing single sheets reminds me of Ansel Adams books and all the techniques he described to get a good negative.

Sopra un ritratto di Francesco, novant’anni compiuti e padre contrariato di questa fotocamera.

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This is Francesco, he is in his nineties and he’s the father of this camera.

In questi primissimi giorni come potete notare sto puntando quasi esclusivamente sui panorami, perchè è più facile scattarli “alla cieca” e perchè si rischa meno il mosso.

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In these early days I’m shooting a lot of panoramic pictures: because it’s easier with a no-viewfinder camera and because this avoid moving objects.

Ovviamente la nitidezza della pinhole non è paragonabile a quella di un banco ottico, ma devo dire che le stampe a contatto (le uniche che posso realizzare visti i limiti dei miei ingranditori) sono più che decenti.
Un altro passo verso la lentezza fotografica.

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The images that comes out from this pinhole-camera are not so sharp, but they’re good for contact prints like these. My enlargers cannot print large format negatives, so I’m forced to do contact prints.
Another step into slow photography.

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bessa R, film

Voigtländer Bessa R, made in Japan

Voigtlander Bessa R

Ero indeciso sul titolo del post: nella rosa c’erano anche “Braunschweig, Giappone” oppure “International-Bessa”, alla fine ho optato per una soluzione più comprensibile  e diretta.
Il marchio Voigtländer è storico, antecedente alla “vista dalla finestra a Le Gras” fu fondato addirittura nel 1756 a Vienna e produceva apparecchiature ottiche.
Nei primi anni ’40 (n.b. del 1800) iniziò ad affacciarsi su quel mondo che l’avrebbe portato fino ai giorni nostri, la fotografia.

Voigtlander Bessa R

Dal 1756 ad oggi le cose a livello societario sono cambiate parecchie volte, elenco solo alcuni passaggi nella tortuosa storia del marchio:

  • dal 1849 la sede fu trasferita in Germania più esattamente a Braunschweig (Voigtländer spesso viene considerato un marchio tedesco)
  • nel 1958 fu comprata dalla Carl Zeiss
  • nel 1973 fu comprata dalla Rollei
  • dal 1999 il marchio viene acquistato dalla giapponese Cosina

Voigtlander Bessa R

Proprio la Cosina riesce a ridare lustro a questo nome, dopo anni di declino, con il progetto ambizioso di produrre delle fotocamere a telemetro di qualità rispolverando il glorioso nome Bessa.
Ho aggiunto l’aggettivo “ambizioso” perché produrre fotocamere di questo tipo, nel campo dominato dal mostro Leica e per di più analogiche quindici anni fa non dev’essere sembrata una mossa molto intelligente. Tutto questo considerando che Cosina è tutt’oggi un’azienda fuori dall’olimpo delle più blasonate e all’epoca non possedeva le conoscenze tecniche e tantomeno l’esperienza per sfidare Leica.
Invece fu un successo, tant’è che dopo la L e la T vennero la R,  R2, R3 e R4.
Questo è in parte dovuto al costo (decisamente più basso rispetto alle M) e in parte all’ottima qualità raggiunta.
Da qualche parte ho addirittura letto che molti fotografi acquistavano le Leica ma poi in giro scattavano con le Bessa, a colpo d’occhio molto simili, per paura dei furti. Mi sembra un ottimo segno!

Voigtlander Bessa R

Io nel mio piccolo ho optato per la Bessa-R: attacco a vite m39, mirino estremamente luminoso (molti dicono sia meglio delle Leica M2 o M3), otturatore a doppia tendina meccanica, autoscatto e esposimetro a led. L’ho equipaggiata con un ottimo vetro russo, l’industar 61, prelevato da una Fed e un paraluce cinese giusto per sottolineare che la globalizzazione è di casa. Spesso la uso con una tracolla Nikon e diventa ancora più meticcia.
I tempi di scatto vanno da 1/2000 a 1 secondo più posa B, nella parte superiore c’è un selettore per l’obiettivo in uso (che modifica la cornice nel mirino) e la slitta per il flash, più avanti lo storico logo Voigtländer.
Il dorso è o per meglio dire “era” coperto in una gommina tremenda, facile da graffiare e terribile al tatto era l’unico neo a mio avviso di questo gioiellino.
Gli ho fatto la festa con l’alcool, strofinando è venuta via benissimo ed essendo molto sottile esteticamente non si nota la differenza, anzi si nota in meglio!
Su questo fantastico dorso c’è la finestrella per vedere il rullino, utilissima soprattutto per chi non usa troppo spesso la fotocamera e dimentica se è carica.

Voigtlander Bessa R

L’esposimetro calcola la luminosità riflessa da un pallino grigio disegnato sulla tendina dell’otturatore, per questo è molto accurato e mi ci sono trovato benissimo. Altro punto di forza è la leggerezza: poco meno di 400 grammi la fanno diventare ancora più piacevole da portare in giro.
Qui di seguito alcune foto scattate con la Bessa R, in fondo alcuni link per chi volesse approfondire.

Voigtlander Bessa R

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Voigtlander Bessa R

Voigtlander Bessa R

Voigtlander Bessa R

 

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baby bessa 66, film

Initials BB (Baby Bessa)

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È da tanto che non scrivo una bella recensione di una fotocamera in disuso.
Ecco quindi la splendida Voigtlander Bessa 66 (anche detta Baby Bessa) acquistata la scorsa estate a Budapest. Come si sarà intuito non compro souvenir ma fotocamere quando vado in vacanza.
Prodotta a partire dal 1938 questa fotocamera medio formato va catalogata tra le “folding”, produce immagini quadrate 6×6 sulla pellicola e da chiusa ha un ingombro ridottissimo. Ottima quindi se ci si vuole affacciare nel mondo del medio formato senza portarsi dietro attrezzature pesanti e voluminose.

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Ottima la qualità della lente con un accenno di vignettato che fa tanto retrò (per non dire lomo).
L’utilizzo è relativamente facile: si parte premendo il pulsantino di rilascio sulla parte inferiore, si aprirà il coperchio anteriore con il gruppo ottico dove sono posizionati tutti i comandi (fuoco, diaframma e tempi) ad eccezione dell’avanzamento della pellicola di cui parlerò più avanti.
Scordatevi il 125esimo di secondo, nelle vecchie fotocamere lo standard era il 100esimo. I tempi partono dalla posa B alla T fino a 1/300. Per scattare bisogna armare l’otturatore caricando la leva a destra della lente e al momento giusto abbassare l’altra leva che fuoriesce dal coperchio frontale (sulla sinistra). Quello che ho scritto può fare paura ma vi assicuro che non è difficile scattare!

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Il mirino è galileiano in alto a destra, sulla sinistra invece c’è la rotella di avanzamento della pellicola e due piccoli “pulsanti a scorrimento” (si chiamano cosi?!) che bisogna azionare dopo ogni scatto per far avanzare il contapose. Le pose possono essere controllate anche dal vetrino rosso sul dorso dotato di una comoda protezione fatta scendere dalla rotellina a fianco.

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Caricare il rullo è semplice, ci sono due linguette sul fianco sinistro che vanno premute contemporaneamente e aprono il dorso. Prima però bisogna ruotare di 90° il blocco che è sulla parte inferiore del corpo. Credo anche che quest’ultimo possa servire come appoggio quando la fotocamera da aperta viene poggiata su un piano…
Per chiudere il soffietto basta premere la barra di metallo sulla parte interna del coperchio e far lentamente scivolare dentro l’ottica. Click.
Ho già postato sul blog qualche scatto fatto con questa fotocamera, trovate tutto qui.

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Due ultime cose da notare, più estetiche che altro, sono la “V” Voigtlander in rilievo sul coperchio e il grafico per l’iperfocale sulla parte inferiore del corpo. Due vere chicche!

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film, rolleiflex T

Elogio della Rolleiflex T

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Ci sono alcuni marchi fotografici considerati sacri per motivi più o meno reali e il marchio Rollei è sicuramente uno di questi. Di solito mi tengo alla larga dall’olimpo perchè a me e al mio portafoglio interessano particolarmente fotocamere a budget ridotto/inesistente. Questo è il mio segreto per arrivare ad avere 43 fotocamere e non dormire sotto un ponte.

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La Rolleiflex modello T è una versione economica dei modelli 3,5 F e 2,8 F. Ancora più economiche sono le Rolleicord, realizzate con materiali meno robusti e in cui le differenze progettuali sono più evidenti anche esteticamente.
Premesso questo devo dire che avanzare la pellicola 120 con la leva della Rollei è per me ormai uno dei piaceri della vita.

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La Rolleiflex è decisamente appariscente, quando vado in giro a scattare con questa cosa al collo non posso certo passare inosservato e i commenti a voce alta si sprecano.
Parliamo un po’ di tecnica. Come è chiaro dalle foto si tratta di una biottica, TLR (twin lens reflex) in cui una lente serve per inquadrare e l’altra per scattare. In questo caso è un Tessar 75mm con f3,5. I tempi vanno da 1 sec a 1/500 +B,  sul selettore (nella foto sotto vedete la finestrella “t”) ci sono anche dai 2 ai 60 secondi ma si tratta semplicemente di posa B.

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Ci ho messo un po’ a capire come settare tempi e diaframmi, nelle altre Rolleiflex ci sono due rotelline tra le lenti che li comandano indipendentemente nelle T invece c’è una levetta che muove le coppie t/f e per variare f all’interno della coppia bisogna pizzicarla e tirarla verso l’esterno. Più facile a farsi che a dirsi

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L’apertura del dorso per inserire la pellicola è bellissima: si gira il disco alla base e si sgancia la linguetta che blocca lo sportello, tick.

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Si mette a fuoco con la manopola a sinistra che fa avanzare indietreggiare l’ottica rispetto al piano focale e si controlla il tutto dal pozzetto sopra la fotocamera, magari aiutandosi col lentino a scomparsa.
Altre accortezze a cui non sono abituato: il gancio che impedisce al pulsante di scatto di essere premuto accidentalmente, il contapose e la finestrella per i valori EV.

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Piccola curiosità: come si vede dalla foto sopra la mia è una Rollei per il mercato francese che all’epoca veniva importata dalla Telos.
La benedetta asta ebay di un anno fa mi fece portare a casa anche un paraluce Rollei con astuccio!

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Se seguite il blog avete già visto foto scattate con la Rolleiflex T, quindi visto che è anche francese:

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fed 4, film

Recensione semi-teorica: FED 4 (tipo B)

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Ho usato poco questa fotocamera perchè in realtà non mi piace, devo ammetterlo. Quando ho scartato l’imballaggio e ho visto questa specie di mattone ho pensato “e questa dove la porto?”
L’ho acquistata insieme a qualche altra sovietica ma solo per approfittare della spedizione unica. Se poi aggiungo che era anche difettata si capisce di più il mio astio.

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Ho cercato anche di liberarmene in qualche modo attraverso la mia sfigatissima sezione “Vendo” come non funzionante/da collezione, neanche quello ha funzionato. Ho deciso di tenerla perchè fa numero.
Recensione semi-teorica perchè è stata testata con 3 rullini mentre era scassata (otturatore a tendina con 3 punti “consumati”), quindi non mi sento proprio un esperto a riguardo.

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Dalle foto non si capisce molto ma è decisamente sproporzionata, grande  e grossa monta un piccolo obiettivo con attacco tipo Leica M39 . La sproporzione è poi accentuata dal coperchio superiore più alto per alloggiare l’esposimetro a fotocellula di selenio. L’obiettivo è un Industar 53 f2,8 con una lunga escursione per la messa a fuoco: circa 1/3 di giro o 120° per focheggiare da 1 a 3 metri!

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I tempi di scatto vanno da 1/500 a 1/30 + posa B e vengono selezionati da una ghiera nella parte superiore, i valori del diaframma ovviamente sono sull’obiettivo e in questo caso vanno da 2,8 a 16. Da questa vista inferiore si vedono le due maniglie che permettono di svitare e quindi far slittare il dorso per caricare il rullino 35mm.
Non l’ho ancora detto ma si tratta di una fotocamera a telemetro per cui la messa a fuoco avviene dal mirino per sovrapposizione nell’area centrale.

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Sulla destra in alto c’è la leva di avanzamento sormontata dal contapose, centralmente il contatto a caldo per il flash e a sinistra le ghiere per controllare il risultato dell’esposimetro. Una rotella laterale sulla sinistra (abbastanza visibile nella foto sopra) permette il riavvolgimento del rullino. Davanti, alla sinistra dell’obiettivo si trova la levetta per l’autoscatto.

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Alcuni consigli/accorgimenti per evitare di rovinare le parti meccaniche (li ho trovati online, servono soprattutto a me):
– non settare i tempi prima di aver caricato l’otturatore
– non puntare la fotocamera contro il sole per troppo tempo, si potrebbe bucare la tendina
– non lasciare la fotocamera settata su un tempo di scatto lento nei periodi di inutilizzo
– non lasciare l’otturatore carico nei periodi di inutilizzo.
Amen.

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cmeha 8M, film

Cmeha 8M

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 In piena fase USSR mi è capitato di comprare per pochissimi denari su ebay un paio di smene. In cirillico CMEHA, per il resto del mondo SMENA si tratta di una fotocamera estremamente popolare e economica tanto da essere considerata da molti, secondo me erroneamente, una toy-camera. La Smena 8M in particolare prodotta per più di un ventennio (1970/1995) con diverse varianti sul tema “plastica” sia dalla GOMZ ed in seguito dalla LOMO, ha venduto circa 21 milioni di unità e nel 1985 costava 15 rubli. Sul sito lomography vendono le rimanenze di produzione intatte e inscatolate a 80 euro, perchè “ha uno stile cool” e “realizza scatti super”. Vabbè.

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Come già detto ci sono un’enormità di modelli di Smena e ci sono un’enormità di varianti sulla 8M. Il concetto però è sempre lo stesso: una fotocamera 35mm  supereconomica completamente manuale per le masse. L’ergonomia credo non sia stata contemplata nella progettazione di questo parallelepipedo che ha in pratica tutti i settaggi sul gruppo ottico e rende l’impostazioni per lo scatto macchinose e lente.

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La messa a fuoco è a intuizione: c’è la scala sull’obiettivo che va da 1 mt a infinito e bisogna tirare a indovinare, l’escursione è tanta e bisogna girare parecchio per settare il valore giusto, peccato che non c’è nessuna possibilità di riscontro visto che il mirino è galileiano. Tanta fatica per nulla. Delle simpatiche nuvolette indicano i tempi di scatto e il diaframma (che va da f4 a f16) va settato in una ghiera vicinissima alla lente che è a rischio impronte digitali. Dopo aver impostato la fotocamera bisogna far avanzare la pellicola dalla rotella posta sul retro, abbassare la levetta per caricare l’otturatore e di infine si scatta.

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Sulla parte superiore c’è la slitta per il flash e il rocchetto per il riavvolgimento della pellicola. Non c’è molto altro da dire se non che il peso è quasi ridicolo (non sembra possibile di avere tra le mani una fotocamera) e che la lente in vetro non è affatto male! In conclusione un’ottima macchina sotto i 30 euro per arrovellarsi in modalità manuale.

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canonet 28, film

La mia prima telemetro: Canonet 28

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La mia collezione di fotocamere è passata attraverso diverse fasi, la prima può essere intitolata “l’esplorazione delle tecniche”.
Poi c’è stata la fase “russa”, la fase “costa poco la compro”, la fase “che strana la compro” e la fase “dicono che è spettacolare, la compro e da oggi in poi uso solo questa”.

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Questa fotocamera risale alla prima fase, ancora non sapevo cosa volesse significare la parola telemetro e la questione mi incuriosiva non poco. Sia chiaro che è possibile vivere anche senza conoscere questo tipo di messa a fuoco, a me all’epoca sembrava difficile quindi la acquistai per sperimentare.

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Piccola digressione sul concetto di messa  a fuoco con il telemetro: nel mirino (galileiano) ci sono due immagini sovrapposte sfalsate, si ruota la ghiera di messa a fuoco fino a quando le immagini non si allineano perfettamente, a quel punto l’immagine è a fuoco.

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La Canonet fu una linea perlopiù a telemetro Canon prodotta negli anni ’70 e la “28” era una versione low-cost o per meglio dire popolare.
Esteticamente si capisce subito che arriva da quegli anni e si capisce anche che alcune parti in plastica sono li per far quadrare i conti. L’ho acquistata circa sei anni fa e mi sembra che tuttora il prezzo sia decisamente economico.

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Ciò nonostante questa fotocamera è uno spettacolo, o meglio lo era. Adesso ha iniziato a perdere colpi il meccanismo di avanzamento della pellicola ma fino a qualche tempo fa scattava senza intoppi ed era affidabile anche in termini di esposizione.

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Bisogna dire che questa macchina può essere utilizzata sia in modalità completamente automatica che a priorità di diaframmi.
Sul gruppo ottico c’è una levetta per il settaggio degli ISO e una ghiera per i diaframmi che vanno da f/2,8 a f/16 più la modalità automatica A.
L’esposimetro a solfuro di cadmio regola in ogni caso i tempi di scatto, una levetta all’interno del mirino ci indica quale tempo la fotocamera utilizzerà. Se la luce è poca o troppa e siamo in modalità auto il pulsante di scatto si blocca. Sofisticata.

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Come tutte le fotocamere a telemetro è silenziosissima perché manca lo specchio, aggiungiamo anche il discorso dell’esposizione automatica e si capisce subito che questa macchina è particolarmente adatta per la street photography. Basta mettere a fuoco e clack!

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Anche l’ergonomia non è affatto male, si maneggia bene ed è piccola e leggera da portare in giro.
Sulla parte superiore c’è l’aggancio hot-shoe per il flash. Il flash di questa fotocamera è una delle sette meraviglie, purtroppo a me manca.

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La cosa che mi ha fatto impazzire da subito sono stati i colori, forse la qualità delle lenti in questo caso fa veramente la differenza.
Le foto che ho scelto per dimostrarvelo sono state scattate tra Palermo e Roma.

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In giro ho letto che molti parlano di light-leaks (infiltrazioni di luce) e si sa che oggi vanno di moda…smentisco.
Questa sotto forse è l’unica foto con infiltrazioni che ho trovato ma ad essere sincero mi sembra più una sovrapposizione parziale di due scatti. O magari ho aperto il dorso col rullino dentro, non è da escludere!

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